Dai tuoi occhi solamente

Francesca Diotallevi

Una donna che fece della solitudine uno scudo contro il mondo, ma che quel mondo sorvegliò attentamente, attraverso la lente di un mirino”.

(Francesca Diotallevi)

Anno d'uscita: 2019

Coordinate biografiche di Vivian Maier: New York, 1 febbraio 1926 – Chicago, 26 aprile 2009

Questa è la storia di una fotografa che ha reso la fotografia un’arte nuova, privata, espressione del proprio io lirico, che ha trovato il senso della propria esistenza nel momento dello scatto: il sigillo della verità, gli attimi in cui i suoi occhi hanno colto l’espressione pura delle emozioni umane, senza finzione, senza maschere.

Si domandò se era così che si sentiva una donna, quando aveva un figlio dentro di sé. Se era quella la sensazione che si avvertiva, quell’attesa che era insieme paura e desiderio, angoscia e speranza. Lei non concepiva, forse, a ogni scatto che faceva?

[…]

Concepiva figli che non voleva partorire, per non lasciarli al mondo. No, le sue creature non sarebbero andate incontro a giudizi e abbandoni; le avrebbe conservate gelosamente, le avrebbe tenute al sicuro da sguardi indiscreti, da mani sconosciute.

(Francesca Diotallevi)

Grazie alla stesura sublime di questo romanzo, noi riusciamo ad identificarci con il genio celato di Vivian Maier. Una donna che visse in una solitudine forzata per una vita intera, imposizione derivatale probabilmente da alcuni traumi subiti durante l’infanzia, in primis dal rapporto con la madre e, forse, da abusi sessuali.

Il dolore arrivò improvviso e inaspettato, non l’aveva previsto. Precipitò in lei e si inabissò, toccando il fondo nel momento esatto in cui premeva l’indice sul pulsante dello scatto. L’antico risentimento snudò i denti, affondandoli nella sua carne. Certi ricordi ti sbucano alle spalle, ti atterrano a tradimento.

(Francesca Diotallevi)

Vivian passò tutta la vita a fare la tata, ospite di famiglie su cui vegliava in silenzio, ma da esterna, senza mai creare legami, come un’osservatrice invisibile. E tutto questo per l’intimo timore della perdita, dell’assenza.

Perché proprio la tata? Potremmo supporre, come ci suggerisce l’autrice del romanzo, che la protagonista vedesse nella genuinità dei bambini una parentesi di autenticità in mezzo ad un mare di finzione. E lei autentica lo era per davvero.

“Entrava nelle loro vite, diventava spettatrice silenziosa di tutti i piccoli drammi che si consumano dietro una porta chiusa, ma di quei drammi non si sentiva mai partecipe, si limitava a indagarli attraverso una superficie di vetro. Le persone stavano in posa davanti alla vita come davanti a un obiettivo; era quando pensavano di non essere guardate, tuttavia, che rivelavano il loro lato più autentico, l’unico lato su cui valesse la pena soffermarsi. Tutto il resto era una recita, una pantomima da cui solo i bambini restavano immuni. E gli innocenti. Ma di innocenti ne erano rimasti ben pochi”.

(Francesca Diotallevi)

Ho scattato così tante foto per trovare il mio posto nel mondo”: queste le parole da lei lasciateci scarabocchiate, da cui si può trarre il senso del suo genio artistico e della percezione che aveva dell’esistenza.

Ed è proprio quello che ha fatto la Diotallevi, giovane scrittrice di grandissimo talento, che ha messo a nudo la propria sensibilità raccontando quella di un’artista.

Come l’autrice ha voluto sottolineare, Dai tuoi occhi solamente non mira a restituire uno spaccato biografico realistico della Maier, di cui per altro conosciamo veramente poco. Quello che conta davvero è capire l’artista Vivian, vedere attraverso i suoi occhi, parallelamente a come lei vedeva il mondo dal mirino della sua Rolleiflex: insomma, l’essenza di ciò che lei è stata.

Vivian non ha mai voluto sviluppare le proprie fotografie, che sono state infatti scoperte a posteriori e quasi casualmente. È morta sola e quasi del tutto sconosciuta.

“La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è la storia di un’ombra”.

(Francesca Diotallevi)

L’autrice del romanzo, nel raccontare un talento che arde e consuma senza remore, ha dimostrato di possederne molto ella stessa, toccando le intime corde dei suoi lettori e permettendo loro di penetrare così a fondo nello sfuggente personaggio Vivan, da identificarvisi e capirla. Guardare il mondo attraverso i suoi occhi. Capire le basi di una sensibilità tanto spiccata e il bisogno di assaporare l’essenza della vita umana, in un mondo che diventa sempre più soggiogato all’apparenza, all’immagine. Sempre più finto.

Un mondo che lega ai social media e alla diffusione malata della fotografia (perlopiù ritoccata, finta, mascherata, raramente foriera di verità) l’obiettivo primario delle giornate, la sete di successo e di notorietà, la primaria fonte di soddisfazione e di elevazione personale. Tutto è edulcorato, tutti appaiono felici e perfetti. Eppure sono sempre più soli, ma non di una solitudine ricercata come quella della fotografa: una solitudine indotta dall’egoismo umano, dal bisogno che sempre più si ha di superare l’altro.

Ci vorrebbe ora più che mai una Vivian Maier che scorga la verità dietro le nostre maschere di cera. E che immortali per sempre gli attimi di naturalezza in cui sveliamo il nostro vero io.

La trama

La narrazione procede su due filoni temporali. 

Da una parte seguiamo i movimenti di una Vivian Maier ventottenne, solitaria tata di due fratellini e ormai totalmente soggiogata al bisogno di immortalare gli attimi con la sua Rolleiflex

La madre dei due bambini, Celia, è una donna incinta ma infelice, d’una ricercata apparenza e finzione che rivelano un malcelato stato di nevrosi e frustrazione. 

Il padre, invece, Frank, è uno scrittore di successo, che, però, per vendere è costretto a sacrificare il proprio vero talento e cedere alle richieste di un pubblico incolto e mediocre, permanendo anch’egli in uno stato di insoddisfazione personale. 

Nel corso della storia, egli sarà l’unica persona adulta a dimostrare di saper leggere Vivian e di comprenderla fino in fondo. 

La ragazza, dal canto suo, al tempo stesso attratta e spaventata dall’uomo, schiva lungo tutto l’arco narrativo, sceglie di aprirsi con lui una volta sola, per poi sparire, preferendo portarlo nel cuore da lontano, ma fino all’ultimo giorno.

Tutti e due volevano dimostrare che il mondo, così com’era, non bastava. Che occorreva andare oltre, scavare la superficie, grattare via la patina. O forse quello che entrambi volevano era solo lasciare un segno, una traccia del loro passaggio. Qualcosa che dicesse: eccomi, sono qua, esisto. Nonostante tutto, io esisto, e questo è il modo in cui vedo la realtà. Questa è la mia realtà.

La famiglia Warren, come sottolinea l’autrice, non è esistita veramente: la finzione letteraria, in questo caso, è servita d’appoggio per mettere a nudo l’animo dell’artista. Dopo l’addio ai Warren, Vivian lascerà New York per sempre.

A questa linea temporale sono alternati dei lunghi flashback in cui veniamo a contatto con il processo di crescita della Maier, dalla sua infanzia newyorkese con una madre, Marie, incattivita e tiranna, e l’amica della nonna, Jeanne, fotografa di potenziale successo, ma vittima del suo stesso talento e per questo dannata, che coglie nella bambina Vivian la capacità di vedere il mondo con occhi diversi e le insegna l’importanza e il valore artistico della fotografia. 

La protagonista amerà quella donna fino alla fine, giungendo a desiderare lei come madre.

Rimasero a guardarsi, anime affini che avevano saputo riconoscersi nella giostra del mondo.

Dopo il litigio tra Marie e Jeanne, le due si trasferiscono al loro luogo d’origine, Beauregard, in Francia, dove la zia di Marie, Marie Florentine, le ospita nella vecchia tenuta di famiglia. 

Vivian trascorre del tempo felice a contatto con la natura, in un luogo del tutto agli antipodi della caotica New York, finché il compagno della sua prozia, tale Pierre (personaggio fittizio ma ricalcato su un probabile demone della Maier) non inizia a seviziare la bambina, che ne rimane traumatizzata e del tutto incapace di accusare il crimine. 

Marie, allora, entra in odio anche nei confronti della zia e dell’uomo, e così accetta di trasferirsi con la figlia a casa del proprio padre, Nicolas, che, ragazzino, aveva dovuto abbandonare sua madre Èugenie, la nonna di Vivian, dopo averla messa incinta. 

Vivian si affeziona parecchio al nonno, a cui si sente molto affine, ma, ancora una volta, trascorso del tempo, sua madre la sradica da quella casa e la conduce a New York, dove il fratello di Vivian, Karl, cresciuto col padre, è diventato un delinquente. 

In America, le due trovano un misero appartamento in cui ospitare il ragazzo, che Vivian vede per la prima volta nella sua vita. Karl, però, rivela un odio viscerale nei confronti della madre che lo ha abbandonato alla nascita e così, dopo violenti litigi, lascia la famiglia, seguito a ruota dalla sorella, ormai divenuta maggiorenne, che non riesce più a sopportare una genitrice tanto egoista e incapace, e trova rifugio dalla nonna Èugenie, che lavora come domestica nella tenuta di una coppia di anziani newyorkesi. 

Qui ella trascorre alcuni anni serena, nonostante la presenza evanescente del fratello drogato. 

Intanto in Europa scoppia la Seconda Guerra Mondiale e la Francia ne subisce gli attacchi. Vivian inizia a conservare ogni articolo di giornale, fino a farne diventare un’ossessione che le dura tutta la vita, desiderosa di far proprie le storie degli altri. Quando, in Francia, la prozia Marie Florentine muore, Vivan riceve in eredità tutta la tenuta di Beauregard, forse come atto di espiazione della donna per essere a conoscenza di quanto Pierre aveva fatto subire alla nipote. 

Vivian si reca dunque, dopo anni di assenza, dalla madre Marie, per mostrarle il testamento e con l’intento di condividere con lei una nuova esistenza a Beauregard. Ma Marie, sempre più incattivita, sfoga il proprio odio nei confronti del mondo sulla figlia, cacciandola di casa e rinnegandola. Quella è l’ultima volta in cui Vivian rivede la madre, accrescendo nei suoi confronti l’odio di una vita intera ed iniziando a provare risentimento anche verso se stessa, per esserle così congenita, per vedere e percepire sempre sua madre nel proprio riflesso. Tornata in Francia, la giovane si sbarazza della tenuta di Beauregard, angosciata dai fantasmi del passato. Trascorre quindi altro tempo con il nonno Nicolas, a cui si sente affine, per poi tornare a New York, dove investe i soldi dell’eredità nella lussuosissima Rolleiflex, che sarà sua fedele compagna per molti anni. Inizia così il suo percorso da tata, da una famiglia all’altra, sempre attenta a non creare legami che possano, un giorno, ferirla, e sviluppando sempre di più l’arte della fotografia, che manterrà celata persino a se stessa, non sviluppando mai i propri negativi, e l’accumulo quasi ossessivo di giornali, le cui storie diventano sue.

Una volta scattate, le fotografie smettevano di interessarle. Riguardandole Vivian non provava altro che frustrazione. Dove finiva la magia che si consumava nel momento esatto dello scatto? Quell’attimo di tensione ed estasi creativa era impossibile da trattenere. Lì per lì le pareva di aver afferrato una farfalla di rara bellezza, ma quando apriva le mani le trovava vuote. Restavano le persone, i loro sguardi, i loro sorrisi. Ma le sue emozioni? Quelle non rimanevano impresse da nessuna parte.

(Francesca Diotallevi)

All’interno della narrazione, e presumibilmente anche della vita reale della tata-fotografa, assume una funzione di primo piano la città stessa. Alla calma e fermezza dei paesini francesi in cui ella trascorre molti anni della sua giovinezza, crea un fortissimo contrasto la New York degli anni ’50, così viva e personificata, quasi soffocante nel suo andare troppo veloce ed essere in perenne mutamento, città sofferta e tanto multiforme, di cui Vivian non può che innamorarsi.

Non c’era modo di sfuggire all’alito di una città che masticava e sputava esistenze di cui non si curava affatto. […]

Negli ultimi anni il suo sguardo si era assuefatto al paesaggio immutabile che la circondava, ai volti che incrociava, sempre gli stessi. Se ne rese conto nel livore del giorno che nasceva su quella città che non restava mai la stessa. […]

New York […] non le sarebbe appartenuta mai. New York era folle, difficile, inafferrabile, e lei se ne innamorò come ci si innamora delle cose impossibili: in modo irrimediabile, definitivo.

New York aveva risvegliato qualcosa in lei […] Era la voglia bruciante di appropriarsi delle esistenze altrui, di un brandello della loro realtà.

 

Una panoramica di New York odierna, dall’osservatorio dell’Empire State Building.

“Non è così che tutti andiamo avanti?” avrebbe voluto domandarle Vivian. Celandoci dietro una targhetta, mentre ciò che siamo davvero lo dice il fondo dei nostri cassetti, dove accumuliamo i segreti; le tasche dei nostri cappotti, dove conserviamo i fazzoletti usati e le cose di cui dovremmo vergognarci; le pagine dei libri, tra cui nascondiamo le lettere proibite, dove schiacciamo i quadrifogli che non vogliamo veder marcire, perché qualcuno ce li ha donati affinché ci portassero fortuna. Ce ne stiamo nascosti dietro un’aria rispettabile, camuffando tic e manie, abusi e dolori che spaventerebbero chi abbiamo davanti, se rivelati.

(Francesca Diotallevi)